IL NUMERO PERFETTO

Splendida prova della violinista Corina Belcea in duo e trio con il violoncellista Antoine Lederlin e il pianista Michail Lifits per la stagione di Musica Insieme.

 

 BOLOGNA, 25 gennaio 2016 - Tempus perfectum o tempus imperfectum, prolatio maior o prolatio minor. Per chi si trovi a studiare la musica medievale entrare nel meccanismo metrico governato da questi rapporti di durate è il primo, non indifferente scoglio, perché la partizione del tempo non è univoca, come nella notazione moderna, bensì diversamente organizzabile su base binaria o ternaria. La perfezione o il grado maggiore, non stupisce, è individuato nel secondo caso, nel numero della Trinità (o per le corrispondenti Triadi e Trimurti).

 

Dal doppio al triplo, dall'imperfetto al perfetto si muove anche questo concerto, in cui il violino dapprima dialoga da solo a solo con il violoncello, poi con il pianoforte in un equilibrio mutevole e dialettico, com'è il moto perpetuo di ying e yang, infine i tre strumenti si trovano uniti e l'equilibrio si fa stabile, trova il suo punto d'appoggio.

Il viaggio per raggiungere la perfezione del trio è intrapreso a ritroso, dalle asciutte suggestioni popolari di Zoltán Kodály (Duo per violino e violoncello op. 7, 1914) al rigoglioso girovagare melodico del giovane Strauss che guarda a Brahms (Sonata in mi bemolle maggiore per violino e pianoforte op. 18, 1887) per giungere infine al monumentale Trio “Dell'Arciduca” (1811), cui Beethoven conferisce, se non forme, estensione paragonabile a quella di una sinfonia: una quarantina di minuti in cui la composizione cameristica trova spazio per la propria architettura senza ridondare o diluirsi, senza forzare la propria natura pur nella genialità dell'elaborazione beethoveniana.

 

Il viaggio è il viaggio di tre solisti che fanno musica insieme, si avvicinano, si separano, si scambiano controparte e ruolo (ora predomina l'uno e l'altro accompagna, ora viceversa, ora l'incontro è alla pari), dialogano alla ricerca della perfezione del trio finale.

 

Corina Belcea si stacca, per una volta, dal quartetto cui dà il nome, ma la segue il violoncellista Antoine Lederlin, pure membro dell'ensemble senza riservargli l'esclusiva nella sua prestigiosa attività artistica. Al piano siede Michail Lifits, già vincitore del concorso Busoni e concertista di vaglia. Tre solisti che suonano come un ensemble affiatato anche assemblandosi e riassemblandosi in maniere differenti; un ensemble mutevole con la qualità e la personalità di tre solisti. Unità e trinità in cui seduce la cavata violinistica della Belcea, ampia, calda, vellutata e nitidissima, d'una musicalità morbida e avvolgente che non teme né si sottrae alle articolazioni più spigolose di Kodály, facendo risaltare il canto strumentale straussiano come l'articolazione dell'ispirazione beethoveniana. Lederlin le risponde con una personalità meno spiccata, ma perfetta sintonia, mentre Lifits fa apprezzare un tocco leggero, fluido, un virtuosismo quasi liquido; entrambi ruotano intorno a un baricentro che è la costante del concerto, del suo viaggio a ritroso da Kodály a Beethoven, dall'essenzialità del Novecento che esplora nuovi orizzonti con lo sguardo dell'entomusicologo alla massima elaborazione della forma classica che muta e amplia se stessa rinnovandosi nel profondo, dal duo al trio, dalla proporzione imperfetta a quella perfetta.

E, con buona pace del principio maschile individuato da Pitagora nell'essere dispari del numero tre, quel baricentro costante che catalizza fino all'unità triadica finale e il seducente, femminilissimo violino di Corina Belcea, capace con sorprendente nonchalancetecnica di adattarsi ai diversi stili, di esaltare ogni partitura senza perdere il fascino ineffabile della splendida, inconfondibile cavata che sa trarre dal suo Stradivari.

 

Applausi calorosissimi, quasi un'esplosione dopo il Trio dell'Arciduca, cui segue, inevitabile, un graditissimo bis.

 

 

 

 

 

 

 

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